Scienza, fede, ragione: un’alleanza per la Terra, il clima e la giustizia sociale

L’enciclica “Laudato sì’
Roberto Meregalli (meregalli.roberto@gmail.com)
Beati i costruttori di Pace
Bilanci di giustizia
Energia Felice

La prima parola che mi è venuta in mente dopo una prima rapida lettura a questa enciclica, è stata la parola “ascolto”. Perché la Chiesa non è certo nuova nel prendere posizioni “avanzate” sul tema ambientale collegandolo alla dimensione economica e sociale, penso al messaggio per la giornata della Pace deI 1990: “Pace con Dio, Pace con tutto il creato”;
Diceva Giovanni Paolo II: “Si avverte ai nostri giorni la crescente consapevolezza che la pace mondiale sia minacciata, oltre che dalla corsa agli armamenti, dai conflitti regionali e dalle ingiustizie tuttora esistenti nei popoli e tra le nazioni, anche dalla mancanza del dovuto rispetto per la natura, dal disordinato sfruttamento delle sue risorse e dal progressivo deterioramento della qualità della vita. Tale situazione genera un senso di precarietà e di insicurezza, che a sua volta favorisce forme di egoismo collettivo, di accaparramento e di prevaricazione”.

Papa Francesco mostra innanzitutto di aver ascoltato le parole espresse dai suoi predecessori e da tante conferenze episcopali sparse nel globo e, citandole, le raccoglie e ne fa una posizione unica della Chiesa. La sensazione è quindi di un testo che porta a maturazione una posizione che viene dal territorio, sottolineando un processo che in se stesso racchiude già un messaggio “operativo”. La Laudato sì è quindi una enciclica noviolenta perché non cala dall’alto una tesi, ma la eleva dal basso.

La semplicità è un’altra delle caratteristiche a mio parere importante di questa enciclica perché si tratta di un testo comprensibile a tutti, un testo lontano dai palazzi e vicino alla gente e ciò lo rende rivoluzionario poiché nell’attuale babele della politica risulta rivoluzionaria la concretezza della narrazione di papa Francesco.
La tecnologia “corre” – scrive papa Francesco – ma non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono fra le cose, pertanto risolvendo problemi ne crea altri. Relazione è un’altra parola importante: tutto è in relazione, l’uomo nasce dalla relazione col Tu maiuscolo, si forma nella relazione con molteplici tu umani ma anche nella relazione con le altre forme viventi che lo hanno preceduto e che gli permettono di vivere.

Papa Francesco scrive che la Bibbia non da adito ad un antropocentrismo dispotico, Dio affida tutte le sue creazioni alla “cura” dell’uomo, quando l’uomo “calpesta” tutte le altre forme viventi, quando copre di cemento la terra, quando inquina gli oceani, quando ignora ciò che butta nell’aria viene meno a questo comandamento iniziale, viene meno alla fiducia riposta da Dio, rifiuta il suo dono, rifiuta la sua creazione.

È forte la citazione in conclusione al capitolo due:
“Se lo sguardo percorre le regioni del nostro pianeta, ci si accorge subito che l’umanità ha deluso l’attesa divina”.

Cura/custodia significano responsabilità di fronte ad una terra che appartiene a Dio, implica che l’essere umano, dotato di intelligenza,” rispetti le leggi della natura e i delicati equilibri tra gli
esseri di questo mondo”, quindi – secondo l’enciclica – la cura per l’ambiente non è attività filantropica, non è un di più, fa parte dell’essenziale.

Perché l’enciclica afferma che la natura ha valore in sè
Oggi la Chiesa non dice in maniera semplicistica che le altre creature sono completamente subordinate al bene dell’essere umano, dice che hanno un valore in sé stesse, al di là della loro utilità. La citazione dai Vescovi della Germania: « si potrebbe parlare della priorità dell’essere rispetto all’essere utili » chiarisce il concetto.

Continuiamo a guardare dall’alto in basso il mondo vegetale ignorando che il mondo delle piante mostra adattamenti e intelligenze su cui non siamo soliti soffermarci, ma che appaiono evidenti ad uno studio approfondito. La nostra sopravvivenza dipende da loro: sono alla base della catena alimentare (la maggior parte delle calorie umane provengono da 6 piante: canna da zucchero, mais, riso, patate, grano e soia), producono l’ossigeno che ci è indispensabile, sono all’origine di tutte le fonti energetiche che consumiamo, fossili compresi, che altro non sono che l’accumulo sotterraneo dell’energia solare che nel corso dei periodi geologici gli organismi vegetali hanno fissato nella biosfera tramite la fotosintesi.

Il botanico russo Kliment Timiryazev (1843-1920) scriveva che le piante sono l’anello di congiunzione fra la Terra ed il Sole. Con questa consapevolezza dovremmo iniziare a cambiare atteggiamento verso di loro e a degnarle almeno dello stesso rispetto che attribuiamo al nostro cane o al nostro gatto.

Noi siamo cura e custodia

Ma l’enciclica non riduce il problema del mancato rispetto per le altre forme viventi ad una trasgressione di un comandamento divino, il testo dice che noi “siamo” cura e custodia, che è una nostra vocazione, sta dentro la nostra anima, che quando dio ha chiesto contro a Caino di Abele era a questa cura/responsabilità che si riferiva. L’economia ha tradito questa vocazione, perché non capisce la gratuità, non trova senso per ciò che non da profitto, in questa logica la terra, l’acqua, l’aria, le relazioni umane stesse, sono spazi, risorse, eventi da sfruttare, non da curare. Ma questo – dice l’enciclica – è contro la natura dell’uomo: contro l’uomo fatto a immagine del suo Creatore.

L’ecologia è quindi integrale, non esiste in forma parziale, comprende oltre alla dimensione ambientale, quella umana e sociale; diversamente dall’ONU che nel definire i Sustainable Developmet Goals che andranno a sostituire gli obiettivi del millennio (in scadenza a fine anno), si sta concentrando solo sull’aspetto ambientale. Quindi “non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura.”

Giustizia

Quando il 19 settembre 1993, Beati i Costruttori di Pace a Verona lanciarono la campagna “Bilanci di Giustizia” intendevano esattamente, come sottolineato da papa Francesco che: “QUANDO L’ECONOMIA UCCIDE BISOGNA CAMBIARE!”. Bilanci mirava e mira ancor oggi a far camminare le famiglie in un percorso di conversione per modificare secondo giustizia la struttura dei propri consumi e l’utilizzo dei propri risparmi.
Giustizia nel senso comune popolare, nonostante gli economisti lo abbiano sconfessato (disconosciuto) per tre secoli: i prezzi dovrebbero essere giusti, cioè non dovrebbero avvantaggiare nessuno di coloro che partecipano alla produzione
o allo scambio; anche nel consumare dovremmo essere giusti, dovremmo cioè esigere per noi ciò che è necessario.
L’appello contenuto nell’enciclica è senza ambiguità: “Continuiamo ad ammettere che alcuni si sentano più umani degli altri”.

Regole commercio internazionale

WTO
EPA
Come Beati abbiamo sempre lavorato in rete, sottolineo i dieci anni in Rete Lilliput, per una economia di giustizia, partecipando a campagne di pressione per modificare accordi internazionali (GATT/Wto) che hanno perseguito un’opera di “piallatura” del pianeta. E’ dagli anni ’80 che ci ripetono il mantra dei benefici della liberalizzazione del commercio, ricordo una citazione (anno 2002) del New York Times: “ripetete cinquanta volte che free trade significa crescita e tutti i vostri dubbi spariranno”. Ma gli anni sono passati e le promesse non si sono realizzate mentre le diseguaglianze sono aumentate.
Anche in questi anni di crisi la ricchezza è aumentata, Credit Suisse nel suo rapporto sulla ricchezza del 2014, scriveva che nel solo anno 2013 la ricchezza privata era aumentata di 21,9 mila miliardi di dollari, massimo incremento dal 2000. L’1% detiene il 48,2% della ricchezza mondiale, mentre il 70% ne detiene solo il 2,9%. Su più di 7 miliardi di persone, 35 milioni hanno nel portafoglio il 44% della ricchezza.

La WTO è stata utilizzata come strumento per quella “corporate globalization” che è facile spiegare con questo numero: il 55% del commercio mondiale di beni (e il 73% dei servizi) è relativo a semilavorati, è cioè figlio della frammentazione dei processi produttivi, della creazione di una catena del valore aggiunto globale in cui un prodotto è composto da semilavorati prodotti nei luoghi in cui è più conveniente farlo. E’ l’ambiente adatto alle multinazionali non ai lavoratori, non alla sovranità delle nazioni, non alla stabilità economica, non alla sicurezza alimentare e la crisi ha ben dimostrato come tale sistema abbia accelerato la velocità di trasmissione degli shock.

Non siamo contro alcuna multinazionale per vezzo ma perché quando una impresa acquisisce un grande potere … non resiste dal tentare di usarlo per aumentare i propri profitti, è nella sua natura.
In anni di pressioni sulle istituzioni multilaterali abbiamo toccato con mano tutto questo, tanto per fare un esempio attuale: sono 18 i miliardi di euro spesi da imprese per lobbyng a Bruxelles lo scorso anno; il registro sulla trasparenza della Commissione europea rivela che nel settore industriale al primo posto troviamo – ma guarda un po’ – la Volkswagen che nel solo 2014 ha speso 3,3 milioni di euro e impiegato 43 persone solo per questo lavoro: controllare e influenzare i regolamenti comunitari del settore.
A livello di istituzioni internazionali abbondiamo di dichiarazioni retoriche su povertà e sviluppo, ma non sappiamo tradurle in atti concreti, al contrario perseguiamo accordi che vanno nella direzione contraria. Ad esempio in questo periodo di immigrazione il silenzio è assordante sulle iniquità e sullo sfruttamento di risorse di un continente come l’Africa.
Abbiamo per anni sollecitato l’Unione Europea a stabilire un rapporto diverso con le sue ex colonie piuttosto che sostituire gli accordi di Cotonou con sistemi di libero scambio. Scrivevamo che gli EPA (Economic Partnership Agreements) non avrebbero ridotto la povertà perché immiserendo i contadini e facendo fallire industrie ancora fragili, avrebbero provocato solo disoccupazione; e senza lavoro è difficile curarsi, vestirsi, far studiare i figli, fare una vita degna dell’appellativo “umana”.

T-TIP
Quello che aumenterà – scrivevamo – sarà “il flusso di profughi in cerca di approdo sulle coste europee, pronti ad iniziare la difficile sfida della sopravvivenza nelle nostre città e campagne.” A raccogliere frutta e verdura come schiavi.
Altro esempio è il negoziato per la zona di libero scambio euro atlantica. La nostra opposizione al T-TIP si basa sulla convinzione che questo non rappresenti nulla di nuovo.
Nessuno nega che si possa continuare a credere che avere sempre più merci che vanno da un angolo all’altro del pianeta sia positivo, che difendere il diritto di non discriminazione di un prodotto (e molto meno quello degli esseri umani) sia molto importante, che considerare come “discorsivi” i diritti di popoli diversi a stabilire regole diverse per coltivare, allevare e produrre energia, sia l’unica strada per “star bene”. Ma noi ne dubitiamo.
In ambito politico/amministrativo l’enciclica da indicazioni semplici e chiare.
Il messaggio è che siamo costretti a cooperare, che se la politica si focalizza sui risultati immediati rende necessario produrre crescita a breve termine, che non può soggiacere all’economia, che deve pensare con una visione ampia, che deve avere coraggio, il coraggio – talvolta – di “non limitarsi a considerare ciò che sia permesso o meno dalla legislazione”.
Saremo più fecondi se sapremo generare processi piuttosto che limitarci ad occupare spazi, e generare processi è opera di ascolto, di proposta che necessita costanza, fiducia negli altri e speranza per il futuro. Una strada faticosa e dal dubbio ritorno d’immagine, ma che costituisce una vera semina per il futuro, che garantisce il lascito più efficace di qualsiasi azione politica. Non è certo un sindaco che cambia una città!
L’azione politica locale deve orientarsi a modificare i consumi, a ridurre i rifiuti, ad aumentare il riciclo, a modificare il tessuto urbano creando collegamenti, a ridurre – nel suo ambito – le diseguaglianze.
Questa enciclica, in sostanza ci chiama a una conversione di stile di vita, “Ma c’è bisogno di una grande speranza per perseverare nella sobrietà. Se manca la vera speranza si cerca la felicità nell’ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi e si rovina se stessi e il mondo”. (Benedetto XVI)
Alex Langer – più di 15 anni fa scriveva:
Il cuore della traversata che ci stà davanti è probabilmente il passaggio da una civiltà del “di più” ad una del “può bastare” o del “forse è già troppo”… bisogna dunque riscoprire e praticare dei limiti: rallentare, abbassare, attenuare… non basterà la paura della catastrofe… ci vorrà una spinta positiva.
Questa enciclica lo è perché firmata da un uomo che da speranza, che porta il nome di un santo da cui traggo un decalogo con cui concludere questa mia condivisione:

Decalogo tratto dagli scritti di San Francesco:

  1. Sii uomo nel creato, fratello tra i fratelli.
  2. Abbraccia tutti gli esseri creati con amore e devozione.
  3. Ti è stata affidata la terra come giardino; reggila con sapienza.
  4. Abbi cura dell’uomo, dell’animale, delle erbe, dell’acqua e dell’aria per tuo amore e perché la terra non ne resti priva.
  5. Usa le cose con parsimonia perché la dissipazione non ha futuro.
  6. Ti è dato il compito di svelare il mistero del cibo: perché la vita si nutra di vita.
  7. Sciogli il nodo della violenza per comprendere quali siano le leggi dell’esistere.
  8. Ricorda che il creato non riflette solo la tua immagine, ma di Dio altissimo porta significazione.
  9. Quando tagli l’albero lascia un virgulto perché la sua vita non venga tronca.
  10. Cammina con riverenza sulla pietra poiché ogni cosa ha il suo valore.