Privatizzazione dei servizi pubblici locali: ripubblicizzazione e rimunicipalizzazione

Riparlare oggi della privatizzazione dei servizi pubblici locali in atto, e metterla in alto nell’agenda della politica e dell’attenzione popolare, vuol dire parlare anche del destino dei comuni, della democrazia locale e della possibilità dei cittadini di partecipare alla gestione della loro città. Vuol dire parlare del futuro stesso delle grandi città, ovvero di quando a metà del secolo, se non interverrà una volontà politica alternativa: il 70% della popolazione mondiale vivrà in megalopoli e di questo, il 50% saranno baraccati.

Dobbiamo porci tutti delle domande:

–    Cosa significherà in un simile contesto fornire acqua potabile e servizi igienici, smaltire i rifiuti e dare luce e calore, mobilità e case decenti a tutti i cittadini?

–    Come garantire diritti fondamentali e sicurezza a tutti?

–    Cosa sarà la città e le sue istituzioni se queste funzioni fondamentali saranno nelle mani di potenti multiutility private e multinazionali?

–    Cosa sarà un sindaco se non avrà “ruolo e poteri partecipati” sui beni comuni essenziali: acqua potabile e destinazione del proprio suolo? Sarà un contabile del Water e del Land Grabbing in casa propria, non del Sud del mondo ma qui, nel civile e patologicamente moderno occidente?

E’ dal porci queste domande che si delinea la figura e il ruolo moderno di un sindaco, la necessità di disporre dei bracci operativi delle aziende pubbliche.

Chi si candida a sindaco delle città non può eludere la dimensione universale dei diritti collettivi ed universali dei servizi pubblici essenziali

Chi si candida deve sapere che attorno a questi si gioca il proprio ruolo, la propria credibilità, la vicinanza ai suoi cittadini e che è attraverso la ripubblicizzazione, la rimunicipalizzazione e la partecipazione, può avere in mano gli strumenti della politica vera, quella che progetta il futuro di una città vivibile. Deve sapere che assieme ad altri sindaci in Italia e nel mondo, può determinare la politica nazionale e internazionale.

Finora non è stato così.

I comuni e i sindaci hanno svenduto le proprie aziende e contemporaneamente umiliato il loro ruolo.

E l’hanno fatto anche quando nel 2011, fu consegnato loro la forza di 27 milioni di cittadini.

E purtroppo l’hanno fatto anche le giunte arancione di Milano, Cagliari, Palermo e poi Genova, tutte nate dentro il clima partecipativo generato dal referendum. Vorrei ricordare che Napoli è stata lasciata sola a trasformare la SPA idrica in azienda speciale e renderla partecipata. E che oggi registreremmo una ben diversa realtà se con Napoli e tutte le giunte arancione e l’acquedotto pugliese, avessero agito a l’unisono e con ben altra visione.

Un po’ di storia per la memoria.

Vale la pena di ricordare che da 20 anni, c’era ancora il PCI, la DC e il PSI, quando, la quasi la totalità della politica italiana  del nostro paese, impose ai sindaci la marcia della privatizzazione dei servizi pubblici locali in particolare dei servizi idrici. E che questa marcia si è accompagnata alle leggi che hanno determinato anche lo stravolgimento della democrazia locale.

Ricordate Bassanini e il 1992?

Bassanini fu l’artefice di questa combinazione delle leggi:

le municipalizzate trasformate in SPA primo passo alla privatizzazione, lo svuotamento del ruolo dei consigli comunali e il trasferimento dei poteri gestionali ai tecnici.

Lo ricordino i sindaci. Questa combinazione ha determinato il degrado attuale della vita dei comuni.

“Si scrive acqua e si legge democrazia.” Fu lo slogan del movimento dell’acqua ? Parole profetiche!

Ricordiamo anche: che il Movimento e il Referendum sono stati l’unico bastone messo tra le ruote del disegno di privatizzare non solo l’acqua ma anche i rifiuti e i trasporti urbani per poi via via tutti i servizi pubblici.

Sono stati stato l’unico ostacolo allo svuotamento della democrazia locale, Gli unici richiami alla partecipazione.

Il movimento dell’acqua è stato infine l’unico movimento su scala mondiale a sfidare il liberismo e talvolta batterlo.

Fermando finora nuove privatizzazioni in Italia e ripubblicizzare il servizio idrico di Napoli, Parigi, Berlino e in ben 235 grandi città nel mondo. Conquistando nel 2010 una risoluzione dell’ONU con la quale viene sancito universalmente il diritto umano all’acqua e ai servizi igienici. Determinando nel 2015 la risoluzione la risoluzione del PE nella quale si sottraggono i Servizi idrici dalla trattaiva sul TTIP, si afferma il diritto a 50 litri per persona al giorno e il divieto a interrompere l’accesso all’acqua a chi non è nelle condizioni di pagarlo.

Dopo il referendum parte la controffensiva.

A contrastarla: il movimento dell’acqua, la correttezza di alcuni organi della magistratura, il Sindaco di Napoli, qualche centinaio di sindaci di provincia, pochi politici, la legge regionale Siciliana e quella del Lazio ( subito impugnata dal Governo Renzi).

Gli assalti per ordine:

Il primo assalto porta la firma del governo Berlusconi con un decreto legge che di fatto ripropone l’obbligatorietà alla privatizzazione dei servizi pubblici locali (questa volta con l’esclusione del “servizio idrico integrato”). Attacco bloccato da una sentenza della Corte Costituzionale[1], che ribadisce la necessità di “procedere sui servizi pubblici locali tenendo conto dell’esito referendario”.

Poi nel 2011 il conferimento ( gov. Monti ) all’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas delle nuove competenze in materia di tariffe del servizio idrico, sottrae poteri ai comuni, equipara l’acqua ad un bene commerciale e reintroduce la “remunerazione del capitale investito”

Nel 2012 un altro assalto e questo parte dal basso, proprio dai sindaci eletti nel 2011 sull’onda partecipativa dei referendum.

Parte da Pisapia e da Fassino, con la proposta di costituire attraverso la fusione di A2A, IREN, HERA, una grande multiutility del Nord quotata in borsa. Impresa fallita, per i debiti che queste Multiutility portano in dote e per la mobilitazione del movimento e di molte personalità della cultura.

Arriva il Governo Renzi ovvero:

la “soluzione finale” delle municipalizzate e del ruolo dei comuni.

Gli strumenti del subdolo attacco sono il decreto Sblocca Italia, la Legge di Stabilità e la Spending Review.

La sintesi di questi provvedimenti è la decisione di:

–    Ridurre le municipalizzate e gli enti pubblici locali da 8000 a meno di mille. Eliminando, fondendo e accorpando le società di gestione. Che molti di questi enti siano utili solo ai burocrati dei partiti è scontato, ma qui l’obbiettivo vero sono i servizi fondamentali.

–    Limitare l’affidamento pubblico (in house) rendendolo oneroso per gli enti locali, con l’obbligo all’accantonamento di una consistente somma.

–    Incentivare gli enti locali a vendere quote ai privati (scendere sotto il 51%)  per fare cassa e sottraendo gli introiti dal patto di stabilità

–    Stabilire che i finanziamenti pubblici debbano andare ai gestori privati o a quelli che si aggregano e vendono quote societarie.

–    Stabilire che gli ambiti territoriali dei servizi pubblici locali in particolare quelli idrici debbano essere regionali e in prospettiva anche l’ente gestore deve avere la dimensione regionale.

I decreti Madia infine riassumano le precedenti misure rendendole più incisive, eliminano le aziende speciali per tutti i servizi in rete, marginalizzano le SPA in house e affermano che occorre tener conto della “remunerazione del capitale”

L’insieme dei provvedimenti disegna la fine degli enti locali ed è accompagnato da  un assalto ideologico che si richiama alla storia deformandola.

E’ quasi un grido rabbioso e vendicativo: distruggiamo una volta per tutte il “socialismo municipale”, cancelliamo una volta per tutte le municipalizzate, cancelliamo la storia del 900 liberale Giolittiana, anglosassone, socialista e democratica:

E’ la storia dei municipi e delle municipalizzate e dei diritti collettivi cittadini.

Questa rabbia vendicativa la esprime compiutamente Erasmo D’Angelis direttore dell’Unità: le municipalizzate e i servizi pubblici sono residuati bolscevichi, cose di un tempo di miseria e gratuità dei diritti.

Ora i diritti si pagano e la partecipazione dei cittadini si realizza comprando le azioni.

L’obbiettivo ultimo di tutti questi interventi legislativi e politici è delineato: concentrare tutte le gestioni dei i servizi pubblici locali nelle 4 grandi multiutility quotate in borsa

Le 4 sorelle del servizio pubblico locale.

Sono ACEA – A2A – IREN – HERA e fanno riferimento alle città di: Roma – Milano/ Brescia – Torino / Genova / Reggio Emilia – Bologna.

La prospettiva è farne il braccio operativo del disegno strategico della privatizzazione, della demunicipalizzazione e regionalizzazione delle gestioni dei servizi pubblici.

4  poli aggregativi che attraverso fusioni e accorpamenti, fanno già shopping di centinaia di piccole e medie multiutility comunali e consortili o di singole aziende municipalizzate sparse per il paese. Sono i nuovi “predatori”, tanto per usare il linguaggio dell’ex presidente di A2A Zuccoli.

Quotate in borsa, operanti tutte e 4 nei 3 settori fondamentali dei servi pubblici locali: elettrico e del gas, idrico e smaltimento dei rifiuti. Le multiutility sono un intreccio, tutto italiano, di potere politico/partitico, pochi grandi comuni, capitale privato, multinazionali come Suez e Veolia banche e fondi speculativi. Fusioni e incorporazioni che marginalizzano la stragrande maggioranza dei comuni, tengono comunque in vita un proliferare di consigli di amministrazione a scatole cinesi ed

estendono i loro territori di azione oltre i confini regionali.

Operano in particolare al Nord e al Centro del paese, mentre il Sud resta solo un terreno di pascolo con il mirino puntato sul grande Acquedotto Pugliese.

Uno sguardo dentro la politica delle 4 sorelle e si capisce il dispiegarsi del disegno.

ACEA: puntando più sui servizi idrici estende attraverso fusioni e accorpamenti il proprio “dominio”su Toscana, Umbria, Lazio e Campania.

Sta realizzando la fusione/privatizzazione del servizio idrico della provincia di Frosinone, malgrado la contrarietà di 111 comuni.

Opera o ha operato con logica di mercato, a livello internazionale a Erevan in Armenia, a Lima in Perù e in Israele con Mekorot, “l’azienda nera” dell’acqua, che asseta i palestinesi.

Nei suoi assetti societari c’è Suez, le banche e Caltagirone.

Ha all’ordine del giorno la vendita di quote azionarie  ben al sotto del 51%.

IREN: punta più su acqua ed energia, in Piemonte, Liguria, e parte dell’Emilia Romagna. Ha assorbito la SPA multiutility di Vercelli. Ha interrotto e tradito la lunga trattativa con il movimento a Reggio Emilia per lo scorporo del servizio idrico in città e per una gestione in azienda speciale o almeno in house, riconsegnandola a IREN.

Il servizio idrico ( SMAT) della provincia di Torino non è in IREN ma si muove, in barba ai vincoli del in house, generando assetti societari in Sicilia con Veolia e  emettendo obbligazioni proprie.

Ha annunciato la vendita di quote azionarie pubbliche.

HERA:  punta più su rifiuti e acqua. Il centro è Bologna e procede per  fusioni e incorporazioni nel resto della Emilia Romagna, il veneto e parte del Friuli.  Grossa la fusione con ACEGAS di Padova e Trieste e con la multiutility di Udine.

Ha deliberato con i sindaci la riduzione delle quote azionarie pubbliche dal 51% al 38%. ovvero la privatizzazione definitiva.

A2A: L’azienda nata dalla fusione ( fallimentare secondo il Sole e 24 ore) di AEM (energia idroelettrica) di Milano e ASM di Brescia ( acqua, rifiuti e teleriscaldamento), nel 2008 ha assorbito anche AMSA la SPA in house dei rifiuti milanesi.

A2A opera in Lombardia con la partecipazione azionaria nelle multiutility di Monza /Brianza e Como delle quali sta acquisendo altre quote. Opera in Trentino Alto Adige, Venezia, Treviso, parte del Friuli e della Calabria. Da tempo si cimenta in imprese fallimentari, sul mercato internazionale: le fusioni Edison e Edipower e l’avventura in Montenegro. Oggi riprende questa avventura con la costruzione di una centrale a carbone ( la bestia nera delle emissioni serra) sostenuta da incentivi governativi.

Nell’ultimo anno A2A si sta presentando ( sempre secondo il Sole 24 ore), “con una mutazione genetica in grado di portare l’azienda a diventare l’aggregante di tutte la utility lombarde”. La più aggressiva nel perseguire il disegno governativo di accorpare e privatizzare. Una minaccia anche per i servizi idrici di Milano e Provincia. Infine in apparente contrasto con IREN, entra in Linea Group Holding, la multiutility pubblica di proprietà dei comuni di Rovato e della Franciacorta. Lodi e Pavia, Crema e Cremona minacciando con ciò le gestioni pubbliche dei servizi idrici delle realtà in questione.

Viene d’obbligo una domanda: chi finanzierà tali operazioni?

Risposta: il fondo Speciale della cassa depositi e prestiti!

Anch’essa privatizzata.

Anche questa una mutazione genetica. La cassa depositi e prestiti, depositaria dei risparmi postali di milioni di cittadini fu concepita ed agì per decenni, come la cassa che forniva prestiti ai comuni per sviluppare infrastrutture e servizi pubblici.

Ora è un fondo che interviene per privatizzarli.

I paradossi di Milano.

MM gestisce l’acquedotto cittadino milanese e il CAP gestisce l’acquedotto dell’ex provincia, entrambe SPA sono in house. Però le giunte si sono sempre rifiutate di prendere in considerazione la loro ripubblicizzazione con il passaggio ad aziende speciali. Inoltre, unico esempio in Italia, sono state gestite in due ambiti diversi e le due aziende hanno perseguito strade diverse.

Mentre MM oltre a gestire assurdamente anche la parte ingegneristica della Metropolitana milanese, ha recentemente inglobato la gestione delle case popolari e dei servizi sportivi della città. Prefigura una scombinata multiutility  comunale di servizi che nulla hanno a che fare tra loro se non mungere danaro all’acquedotto. Esternalizza gran parte dei propri lavori e si espone a procedure di infrazione. Dall’altra parte il CAP sembra voler contendere a A2A la leadership dei servizi idrici in Lombardia tentando la strada di una grande SPA in house dell’acqua.

In realtà temo che si stia invece pezzo per pezzo costruendo la premessa della regionalizzazione, nella grande aggregazione lombarda di servizi pubblici più disparati a guida A2A.

E non dimentichiamo, tanto per chiudere il cerchio, che sullo sfondo c’è sempre l’ombra dei colossi dei servizi francesi Veolia che gestisce due dei grandi depuratori milanesi e Suez/EDF che gestisce il centro immigrati di via Corelli e in Francia gestisce carceri e servizi cimiteriali.

Modelli di riferimento?

Una riflessione obbligatoria sul caso Milano.

Visibilmente segnata da scelte pavide e confuse e da una assenza della visione strategica della città che si persegue, la giunta Pisapia dimentica che: possiede MM, che in quanto presidente dell’area metropolitana è anche il maggiore azionista di CAP ed è con Brescia pure è il maggior azionista di A2A.

In una parola dispone di tutti gli strumenti per perseguire un politica pubblica ad ampio raggio.

Per unire i servizi idrici dell’area metropolitana milanese in una unica azienda e trasformarli in aziende speciali, per definirne l’ambito attorno al bacino Lambro Seveso Olona, per interrompere la regionalizzazione dei servizi, scorporare l’acqua da Brescia, definire una politica energetica di solarizzazione democratica della città, in contrasto con le scelte del carbone e delle trivellazioni, partendo dalle case popolari e dal loro risanamento, favorire la rimunicipalizzazione della gestioni dei rifiuti ecc…

Definire una carta dell’acqua e dei servizi pubblici.

Ridare ai comuni minori la partecipazione e un un ruolo di gestione. Riprendendo a fare politica vera. Fare di Milano dopo Expo, una sede mondiale dell’acqua, dei modelli alternativi agroalimentari e delle reti elettriche.

Capeggiare una battaglia per la concretizzazione del diritto all’acqua e alla sovranità alimentare. Un centro d’incontro per i sindaci di Parigi, Berlino,Stoccarda di tutta l’Olanda, di gran parte degli USA, Grenoble, Manila, Johannesburg, che hanno rimunicipalizzato.

Niente di tutto questo è avvenuto, di certo c’è solo la volontà espressa dal sindaco Pisapia di vendere altre quote azionarie di A2A “rompendo il tabu” del 51% e di MM di intervenire in Israele con Mekorot.

Il fallimento delle giunte arancione e pentastellate.

Le giunte arancione, la Puglia, le giunte pentastellate di Parma e Livorno, hanno perso la grande occasione di formare attorno al risultato referendario un nucleo attivo, capace di aggregare i comuni minori, rivitalizzare la democrazia locale, battere il disegno delle multiutility.

Hanno rinunciato, hanno fallito, hanno isolato Napoli, hanno perso ruolo e per quanto riguarda Milano, ha consegnato la giunta a Giuseppe Sala ex presidente di A2A in quota CL e consigliere di amministrazione di Cassa Depositi e prestiti.

Un po’ di “amarcord”

Oggi, i nuovi barbari della politica possono convincere i giovani che il futuro si costruisce cancellando il passato, demolendone la memoria e screditandola. I comuni diventano gelosi custodi di tesoretti e dispensatori di clientele, le municipalizzate una reminiscenza bolscevica… freni alla modernizzazione, poteri della politica da smantellare e consegnare ai manager e al gioco del mercato ecc…..

Ma io sono abbastanza vecchio, per ricordare di quanta politica disponevano un sindaco e un consiglio comunale, quanto determinavano nel disegnare la città. Vecchio da ricordare una Milano bella perché si presentava con la voce delle sue periferie. Che davano immagine alla città influenzavano i suoi intellettuali, la cultura. Il piccolo teatro e “il nostr Milan” di Streler, Jannacci Gaber, il Rocco e i suoi fratelli di Visconti, i lavoratori alla Scala e al Piccolo con gli sconti CGIL.  Ora a Milano parla la paccottiglia del centro, l’estetica, l’edonismo la spasmodica ricerca della gioa di vivere, la movida e la moda i grattaceli, lo shopping, la Milano da bere e dopo Expo da mangiare.

Son abbastanza vecchio per ricordare che poteri e prestigio del comune marciavano con il potere e il prestigio delle sue municipalizzate, della gestione delle sue case popolari.

Di AEM l’azienda elettrica che determinava la politica energetica della città, l’Amsa, l’acquedotto e la centrale del latte, un gioiellino in rapporto con le cascine e agli allevamenti del Sud Milano, donati al Comune e gestiti dall’ECA, poi liquidati e svenduti a Ligresti. La Milano dei mercati comunali in ogni quartiere vere e proprie piattaforme per i contadini dell’hiterland.

Che fare.

E’ difficile con i rapporti di rapporti di forza ormai deteriorati dalla crisi economica e politica definire un programma

Penso si debba riprendere il filo di una narrazione sui servizi pubblici che si combini con democrazia locale, ruolo dei comuni e prestigio dei sindaci.

Ripartirei quindi dall’acqua dal referendum e dalla ripubblicizzazione per fare da battistrada anche per tutte le privatizzazioni.

–    prima di tutto lo scorporo dell’acqua dalle grandi multiutility e da MM Milano per mettere in crisi il progetto di concentrazione

–    dar vita attorno al comune di Napoli ad una rete (lega dei comuni attivi), anche minori, quelli che rischiano di essere annullati come soggetti, per rilanciare la ripubblicizzazione in aziende speciali dei servizi idrici, per impedire la regionalizzazione delle gestioni e riportare ai Comuni, ai consorzi e agli ATO di bacino o sub bacino la gestione unitaria del servizio.

–    opporsi alla cessione di quote azionarie.

–    praticare il diritto al minimo di 50 litri al giorno e al divieto a chiudere i rubinetti a chi non paga, ( la stessa cosa deve valere per il ritiro dei rifiuti) escludere dai trattati del TTIP l’acqua, come previste dalla risoluzione del PE del 2015.

–    istituire un fondo per interventi di solidarietà internazionale nelle realtà prive di accesso.

–    fornire tramite le proprie aziende pubbliche aiuto e sopporto ai paesi in difficoltà.

–    pretendere che le uniche grandi opere finanziate dalla fiscalità generale debbano essere: il risanamento delle reti idriche, la solarizzazione cittadina, il potenziamento dei trasporti pubblici e l’acquisizione ristrutturazione delle case popolari.

–    realizzare la partecipazione dei lavoratori e dei cittadini negli organi di controllo delle aziende pubbliche locali.

Prevedendo anche forme elettive nelle aziende stesse e nei consigli di zona.

–    Tutto ciò a premessa di una rimunicipalizzazione e rilancio del ruolo dei comuni.

Si può fare?

So per certo che se non si intraprende una simile strada i comuni muoiono e muore la sinistra italiana.

Emilio Molinari

[1]    Corte Costituzionale, http://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2012&numero=199