La scienza a sostegno della lotta sociale per il clima

Mario Agostinelli, Associazione Energiafelice

Premessa

La Laudato Sì ’rappresenta l’Enciclica più secolare, dopo la Rerum Novarum di Leone XIII. Responsabilizzando tutti indistintamente e non organizzando un’identità discriminante, viene volutamente rimossa. Si tratta di un atto di straordinario coraggio che va ripreso ovunque con iniziative aperte e con confronti all’altezza delle ambizioni.

Per accreditare una mobilitazione sociale unitaria a sostegno di un nuovo inizio occorrevano due condizioni: a) superare la demarcazione ideologica che il cattolicesimo sociale aveva eretto nel campo sociale (i comunisti erano scomunicati!); b) partire da una base oggettivamente verificabile come quella offerta dalla scienza moderna (assumendo principi come quelli dell’entropia e d’indeterminazione, le interpretazioni del darwinismo, della quantistica della relatività, del big-bang!) per rivolgersi alla specie umana e ai suoi comportamenti, aprendo un’interpretazione della creazione e della salvezza da non riservare più solo ai credenti.

  • Questa volta la Chiesa precede il pensiero laico, pur ricorrendo a miti e categorie della religione cristiana, ma ponendo la fede su un piano di parità con il metodo scientifico.
  • Oggi, nel mondo globalizzato e governato alla velocità della luce, dentro una dissonanza dei tempi tra l’attività umana e i ritmi della biosfera, la salvezza della casa comune sfuoca il tema della salvezza personale, in quanto è conseguenza del comportamento presente degli abitanti della Terra nel contesto dell’evoluzione della vita sul pianeta

Tema dell’enciclica è il rapporto tra la terra e la specie umana.

Della terra gli uomini parlano da quando sanno parlare, mentre il concetto di “specie umana” introduce una novità nella unidirezionalità del rapporto uomo-natura. Usando una provocazione, potrei dire: nella tradizione cristiana le anime si dipartono e vanno – ad una ad una – nello spazio e nel tempo dell’immortalità: cosa succederebbe se se ne andassero tutte insieme in una sola volta per colpa del comportamento della specie umana che ha provocato la fine del suo mondo? Nell’Enciclica tutto viene storicizzato, in quanto la creazione ha avuto un inizio, che viene da Dio, ma potrebbe avere una fine non determinata dall’evoluzione dell’Universo, ma determinata dal comportamento della specie umana, politicamente organizzata e responsabilmente (democraticamente?) autoregolata con individui liberi organizzati nelle loro istituzioni.

Quindi, è solo il concorso di tutte le culture, la convergenza delle differenze, che può affrontare un problema epocale mai posto prima, in quanto lo sviluppo della presenza umana non aveva mai raggiunto tanta intensità nella sua interazione con la natura.

È la scienza, non la religione, ad ammonirci dei rischi che corriamo tutti: ricchi e poveri, credenti e no. Siamo quindi arrivati oltre il “dialogo” del Vaticano II. Dopo più di trent’anni di incomprensioni, anche reciproche, c’è il riconoscimento che sia la Chiesa a doversi riconciliare con i popoli, non il mondo a doversi riconciliare con lei. L’Universo ha avuto un’origine di miliardi di anni antecedente alla comparsa della vita, ma la biosfera di cui l’essere umano si è reso padrone e da cui ha potuto osservare e prendere coscienza del mondo che lo ospita avrà una fine dipendente dalla velocità e dallo spreco con cui verranno consumate e degradate terra, energia, acqua, aria. D’altra parte, i meccanismi che presiedono al mondo naturale sono preservati quando le società sono imperniate sulla giustizia. Giustizia sociale e giustizia climatica sono indistinguibili. L’Enciclica pertanto si propone come punto di convergenza ed unità teorico- pratica, ambendo a rendere maggioritario un approccio – definito di ecologia integrale –a temi ancora sottovalutati e non imposti all’agenda politica, (si pensi all’agenda imposta dal nostro governo ai lavori dei rappresentanti del popolo!) nonostante l’avvicinarsi di appuntamenti decisivi come quelli della Cop 21.

 L’immagine scientifica della realtà

Ci sono due orientamenti da prendere in considerazione:

  1. a) quello della scienza che studia la storia della natura e l’evoluzione di quell’ animale strano che è l’uomo, un animale, ma non solo (una singolarità che sempre più nei tempi recenti, con il progressivo abbandono del determinismo, trascende l’ambito fisico e biologico).
  2. b) quello della chiesa, che da ‘500 anni è in polemica con l’approccio scientifico (Galilei, Bruno, Spinoza, Darwin), ma che tenta ora una riconciliazione in nome di Frate Francesco.

Per questa riconciliazione, il salto va direttamente alla rivoluzione scientifica del ‘900, come rappresentazione più coerente del futuro e più aperta alle culture non sottoposte al dominio della tecnologia.

Nel paragrafo [117] si parla del “messaggio che la natura porta inscritto nelle sue stesse strutture” (sembrerebbe l’aspirazione di tutta la fisica e in particolare dello sforzo di unificazione in atto dalla relatività alla quantistica). Non c’è più uno spazio e un tempo assoluti: il “sensorium di Dio” (Newton): i tempi sostituiscono il tempo, tempo e spazio sono indistinti (spazio-tempo): il concetto che li ridefinisce è la velocità; scompare la centralità dell’uomo che è semplicemente un osservatore in correlazione continua con l’ambiente osservato ed è un tutt’uno con la materia costituente l’universo, [138]; la condivisione dell’informazione genetica rende necessaria la biodiversità; per vivere, mantenersi in vita e riprodursi si passa attraverso processi irreversibili, sottoposti alla legge dell’entropia.

In particolare, si guarda con documentata preoccupazione alla velocità relativa tra i processi biologici e quelli artificiali dominati da un ricorso non neutrale alla tecnologia (e perciò intesa come tecnocrazia). Ci si preoccupa che la nostra relazione con il tempo sia definita solo dalle tecnologie di cui ci serviamo per misurarlo e si è consapevoli che la digitalizzazione e la velocità della luce presentano sfide particolari con cui ci confrontiamo per la prima volta.

Contro “l’antropocentrismo della responsabilità”, che arriva a vedere nell’intelligenza artificiale la rigenerazione dell’umanità e il superamento dei limiti fisici naturali, Francesco ripete che siamo fatti di natura, degli stessi atomi di cui sono costituite le stelle e che anche per il cristianesimo, secondo la lezione scientifica, il primo compito è la salvezza dell’umanità attraverso il mantenimento della finestra energetica entro cui la vita si riproduce e di cui la giustizia sociale coi suoi effetti è una componente fisica.

Uno dei punti più criticati dai negazionisti, riguarda la presa di distanza del papa dal paradigma tecnocratico (non dalla tecnologia, come si è voluto equivocare). La critica si attesta sulla affermazione che la tecnologia traduce in forza produttiva il sapere sociale generale e non può pertanto essere responsabile di ingiustizie, ma, anzi, è l’unica garanzia per aggirare i limiti fisici e naturali. Tutto il pensiero neoliberale confida in una neutralità della scienza e della tecnologia ampiamente sconfessati, anche perché l’obiettivo della massimizzazione del profitto spegne ogni illusione di capacità compensativa e riparatoria della tecnologia e rafforza invece l’alternativa “di rallentare la marcia per guardare la realtà in un altro modo e recuperare i valori e i grandi fini distrutti da una sfrenatezza megalomane”

Povertà e giustizia sociale, impresa e lavoro

Dalla lettura risultano evidenti sia quanto siano diretti i legami tra degrado della natura, povertà, giustizia sociale. C’è una connessione uomo natura in un sistema ordinato, che ci consentirebbe di coltivare tre relazioni: una relazione intima tra “poveri” e “fragilità del pianeta”; una critica al paradigma della crescita fondato sulla finanziarizzazione e alla fame di potere che derivano dalla tecnocrazia; una sintonia essenziale per l’esistenza umana, con il prossimo, la terra, Dio.

Non si tratta di un vago pauperismo, ma della consapevolezza che solo un cambiamento irreversibile d’insieme e di prospettiva può avere efficacia e che si deve agire sul piano strutturale (mutamento economico-sociale- ambientale). Non si pone il problema se occorre il cambiamento, ma che non accorgersi dell’urgenza è peccato. Quindi il prosieguo della vita dell’umanità sul pianeta è minacciato dalla finanziarizzazione dell’economia, dal predominio politico dei banchieri, dal lascito del colonialismo. Ma ciò che è nuovo è che il documento vaticano sembrerebbe essere un indizio che questo papa vuole fare un passo ulteriore: andare al cuore del sistema.

Sono ripresi i quattro NO dell’Evangeli Gaudium: no a un’economia dell’esclusione, no alla nuova idolatria del denaro, no a un denaro che governa invece di servire, no all’iniquità che genera violenza. Si delinea una trincea di una battaglia di sopravvivenza della nostra civiltà, che coinvolge tutti, andando oltre la chiave morale e religiosa e consentendo una lettura socio-economica, politica, laica. Alcune considerazioni:

  1. Le fortezze, le economie dell’esclusione sono destinate a declinare. Le risorse sono usate per escludere. Non c’è più solo l’esclusione dal consumo ma dalla conoscenza, dalle tecnologie, dalla formazione, dalla cultura, che giocano un ruolo determinante. La finanziarizzazione favorisce la trasformazione da un’economia inclusiva ad un’economia esclusiva.
  2. Ci sono cose che non si possono e non si debbono né comprare né vendere.
  3. Nell’organizzazione del lavoro, nell’impresa e nella società, è avvenuta una grande trasformazione della quale non abbiamo ancora piena consapevolezza. (sindacato!)
  4. Il rapporto tra terra e specie umana richiede una riconversione ecologica dell’economia insieme alla conversione nelle menti e nel comportamento delle persone

 Il “paradigma tecnocratico” e il culto della crescita infinita, che hanno dato origine al consumismo galoppante e una “cultura dell’usa e getta”, ha comportato una “globalizzazione dell’indifferenza” per le sofferenze degli altri.

E’ a questo punto che entra in campo la riscoperta del “senso e della finalità dell’azione umana sulla realtà” per recuperare tutto il valore del tempo e del lavoro. Ma cosa occorre ancora per convincerci che sulla riappropriazione del tempo, l’orario e i ritmi di lavoro, il disorientamento temporale della vita nella biosfera rispetto al gorgo delle informazioni, della produzione e del consumo governati alla velocità della luce, si gioca la prospettiva politica e democratica di un riequilibrio a favore di natura e lavoro nella contesa con il capitale?

Il tempo ha a che fare con la nostra identità e lo si può coniugare in diversi modi. Ne siamo coscienti a tal punto da poter dire di “essere fatti di tempo”. Ma non ne siamo completamente proprietari, se non in relazione alla società cui apparteniamo e al ruolo che vi svolgiamo. Sta di fatto che, progressivamente – ed in particolare negli ultimi quarant’anni – abbiamo assistito all’accentuarsi della divaricazione tra l’espropriazione del tempo per alcuni e il suo possesso per altri.

Oggi, al contrario, il sistema d’impresa punta soprattutto a saturare con il massimo di operazioni il tempo retribuito; a non pagare il tempo di attenzione richiesto tra un’operazione e l’altra e a allungare di fatto la prestazione in base ad una reperibilità incessante. La strategia dell’impresa si limita a massimizzare tempo ed energia sotto il profilo economico a lei utile, ma non restituisce né al lavoro né alla natura l’accumulo del loro sfruttamento.

Se assistiamo alla progressiva crisi del modello classico del tempo e al contempo vogliamo trovare chiavi di interpretazione per la riconquista del tempo proprio, dobbiamo considerare di operare in una realtà in cui la velocità relativa influenza lo scorrere del tempo. Ora, viviamo in contesti produttivi che si avvalgono di innovazioni nel flusso delle decisioni e nell’organizzazione del lavoro che non si rifanno semplicemente a sistemi meccanico-muscolari e a velocità di qualche multiplo maggiori rispetto a quelle a portata d’uomo (il caso esemplare della catena), ma a sistemi elettronico-neuronali, con l’allineamento delle reti di produzione e consumo in tempo reale, con il posizionamento di elaboratori e robot lungo la filiera di produzione, con l’impiego di telecamere, fotocellule e sensori che funzionano a velocità non troppo lontane da quelle della luce. All’interno di questi apparati artificiali funziona un tempo relativo rispetto a quello a cui risponde l’operatore, un “proprio orologio”, un ritmo che entra in conflitto con il tempo proprio che ci sta caro e di cui abbiamo coscienza-esperienza attraverso sistemi biologici di molti ordini di grandezza più lenti.

Opporci alla velocità fuori controllo, lottare contro la saturazione artificiale del tempo di lavoro rivendicando una radicale riduzione dell’orario di lavoro è parte di un diverso modello di sviluppo sostenibile dal punto di vista sociale ed ecologico, che rimodelli le nostre vite, il modo in cui ci relazioniamo con gli altri e con l’ambiente che ci circonda.

A mio parere l’accesso al lavoro è determinante per l’azione politica, anche se l’alienazione sembrerebbe il punto centrale da affrontare qui, assai più pregnante della sola difesa dei diritti e della giusta denuncia della precarietà. Ma non sembra che l’enciclica si spinga fino a questo punto, oltre, cioè, una questione di giustizia e di giusto salario. Il papa non distingue lavoro “libero” e lavoro “diretto da altri”, in forme di dipendenza. Parla forse con l’ideologia del piccolo contadino, del lavoro cooperativo, dell’esperienza latinoamericana di piccoli produttori, ma questa volta il limite in un discorso che vuol essere universale sta nella presenza delle grandi imprese sullo sfondo solo come nemici invincibili e imperscrutabili, luoghi alla cui trasformazione sono chiamati alla fine soltanto i consumatori [206].

Il clima è un bene comune. La Cop 21

“Il clima è un bene comune, appartenente a tutti e pensato per tutti”. Sulla catastrofe non si può più irresponsabilmente ironizzare. La giustizia climatica è l’opzione per i poveri e la missione principale per la Chiesa del XXI secolo.

Proprio la non prevedibilità di questi processi, o la legittima prevedibilità di un processo più distruttivo che costruttivo, consiglia oggi la precauzione e la “cura”, più ancora che la tutela, dell’ambiente eco-sociale.

Forse la questione del clima, ormai uscita fuori controllo, con il suo portato di ingiustizia sociale e di critica ai monopoli capitalistici, (solo 90 aziende hanno causato due terzi delle emissioni responsabili del riscaldamento globale prodotto dall’uomo!) farà valere le priorità del mondo fisico sulle velleità del mondo economico e, forse, la politica potrebbe tornare a pensare in grande.

Nel caso urgente e ormai prossimo della Cop 21, la spinta dei popoli sembra ancora insufficiente allo stato attuale ad obbligare i governi ad emettere un programma con valore giuridico vincolante, fissare una soglia certa a 2°C, non deviare il discorso verso la mitigazione degli effetti del riscaldamento dato per inevitabile. Quindi, occorrerà andare anche oltre Parigi e forzare i limiti degli accordi intergovernativi. Dentro una cornice generale che rilanci la carbon tax come una leva pratica e simbolica della decarbonizzazione dell’economia, alle lotte territoriali in corso si devono accompagnare proposte alternative effettivamente praticabili. Qui l’Enciclica entra volutamente in un dettaglio che tronca le oscillazioni continue tra il dire e il fare. Per ottimizzare il sequestro del carbonio nei suoli e foreste, ci sono soluzione da sperimentare per nuove pratiche e tecniche agro-forestali. Non vanno sottovalutati i gruppi di acquisto di prodotti locali dell’agricoltura organica e tutte le altre iniziative tendenti alla sovranità alimentare. Si può dimostrare che il solo passaggio ad un sistema energetico rinnovabile e a basso consumo e la ridefinizione di una mobilità “dolce” creerebbero nuova occupazione stabile e una risposta determinante alla crisi climatica.

In definitiva, occorre diffidare da chi vede nella crisi climatica una formidabile occasione per nuovi mercati. Questo vale anche per gli accordi di libero scambio (TTIP e TTP) che mirano ad estendere la produzione e la vendita di petrolio non convenzionale (sabbie bituminose, olio di scisto e gas).

Sosteniamo le manifestazioni mondiali del 29 Novembre, la mobilitazione durante lo svolgimento nei primi giorni di Dicembre della conferenza di Parigi, ma poniamoci da subito in una prospettiva che vada oltre i risultati della Cop 21.

Dobbiamo riconoscere che non decliniamo ancora una ecologia integrale e esprimiamo verità senz’ali perché usiamo sempre vie di mezzo, senza la radicalità ragionevole che segue all’analisi del dramma in corso. Di fatto, continuiamo a considerare la natura riduttivisticamente e deterministicamente, intendendola come un sistema che si analizza, si comprende e si gestisce senza amore. Dobbiamo conoscere attraverso la simpatia con la natura e non attraverso la sua tortura. Purtroppo osserviamo e…scartiamo! La creazione dei cieli e della terra è molto più grande della creazione del genere umano, ma la maggior parte degli uomini e delle donne non lo sa.” (papa Francesco). E…“non andare per la terra con arroganza. In effetti, non si può attraversare la Terra e raggiungere l’altezza delle montagne ” (Corano)