Scarto e cultura dello scarto, Viale

Scarto e cultura dello scarto sono concetti che attraversano tutta l’enciclica e a cui Francesco attribuisce grande rilievo come strumenti di analisi dello stato di cose presente, cioè del contesto all’origine tanto del degrado dell’ambiente che della diseguaglianza e dell’ingiustizia di cui sono vittime i poveri del mondo. Lo scarto evidenzia innanzitutto il modo di funzionare di un’economia lineare e non circolare: di un’economia, cioè che aggredisce le risorse della Terra senza curarsi degli equilibri dell’ambiente da cui vengono prelevate, per trasformarle il più rapidamente possibile in rifiuti, cioè in cose di cui non si sa più che fare, che vengono restituite all’ambiente in forme che contribuiscono al suo degrado. All’economia lineare va sostituita un’economia circolare, capace di impiegare in nuovi modi ciò che non può più essere utilizzato, o di restituirlo all’ambiente in forme compatibili con il rinnovarsi dei suoi cicli biologici e metereologici.

Ma la cultura dello scarto non riguarda solo il nostro rapporto con l’ambiente. Da quello con le cose questo approccio si trasferisce e investe il nostro rapporto con l’essere umano, con il nostro prossimo. L’essere umano ridotto a risorsa, che vale solo perché ci serve, è condannato al destino di scarto non appena non serve più: di qui l’emarginazione e di una parte crescente dell’umanità, ma anche il suo sfruttamento fintanto che può “servire”, cioè avere un ruolo nell’alimentare i cicli della produzione e del consumo. E’ evidente in questo approccio l’influenza di un autore non citato, Zigmunt Baumann, che della trasformazione degli uomini, e delle loro vite, in scarti, ha fatto uno dei temi portanti del suo lavoro di ricerca. Il mondo contemporaneo, per Baumann, non presenta più spazi vuoti, dove allontanare dalla nostra presenza i materiali che non ci servono più, come accadeva in molte civiltà preindustriali. Ma non presenta più neanche spazi sociali vuoti, verso cui sospingere l’umanità che eccede il fabbisogno del sistema produttivo; quell’umanità che in passato era stata mandata a popolare le colonie (a partire dalle Americhe), considerate spazi socialmente vuoti, perché i popoli che le abitavano non venivano considerati membri dell’umanità. Oggi quegli spazi sociali non ci sono più e le “vite di scarto”, le persone di cui non si sa più che fare (come oggi soprattutto i profughi e i migranti) finiscono per costituire una delle principali contraddizioni con cui si confronta la società contemporanea. Proprio come i residui inquinanti e i gas climalteranti prodotti o emessi come scarti dal sistema produttivo costituiscono la principale minaccia per la vivibilità futura del nostro pianeta.

Alla cultura dello scarto, letteralmente equiparata al modello di sviluppo in auge, Francesco contrappone la conversione ecologica; altro concetto ripreso da un autore molto presente nell’enciclica, anche se mai citato: Alex Langer. Se la cultura dello scarto descrive e denuncia il presente, lo stato di cose in essere, la conversione ecologica delinea il futuro, la strada da seguire per riportare la Terra, la convivenza umana, e la convivenza dell’essere umano con l’ambiente, entro i limiti della sostenibilità. Come già Langer, anche Francesco evidenzia i due aspetti fondamentali della conversione ecologica: quello “oggettivo”, costituito da un sistema economico, o “modello di sviluppo”, in cui la produzione sia al servizio degli esseri umani e non viceversa; e quello “soggettivo”, che risiede in un diverso “modello di consumo”, in un altro stile di vita, in un impegno in direzione della sobrietà.

Ma rispetto all’elaborazione di Langer, che peraltro risale a oltre vent’anni fa, Francesco aggiunge, o evidenzia maggiormente, due nuovi aspetti: da un lato il nesso stretto tra un sistema produttivo compatibile con i limiti fisici del pianeta e la giustizia sociale, come sua componente intrinseca; perché le vittime principali del dissesto ambientale sono i poveri della Terra. Dall’altro, la dimensione spirituale della conversione ecologica, certo non assente in Langer, che era un cristiano. A questa dimensione Francesco attribuisce un connotato preciso: la capacità di entrare in consonanza con il vivente. In questa enciclica il rapporto tra l’essere umano e Dio non è mai esposto in modo diretto, ma è sempre mediato dall’atteggiamento – e dal comportamento – del genere umano verso il creato (come peraltro nel Cantico di San Francesco). Se, come scriveva Alex, “la conversione ecologica potrà affermarsi solo se sarà socialmente accettabile”, ora l’enciclica di Francesco cerca di esplicitare, dal punto di vista spirituale, che cosa può promuovere quell’accettabilità che ne condiziona l’affermazione: il fatto di entrare in sintonia con tutto il vivente; anche il più infimo e insignificante, a cui Francesco dedica un’attenzione non minore di quella accordata ai grandi problemi della Terra.