Cop21: che ne è di un accordo “storico”?

La Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici , Cop 21 si è tenuta a Parigi, Francia, dal 30 novembre al 12 dicembre del 2015. È stata la 21ª sessione annuale della Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite (da cui l’abbreviazione Cop21) .

L’obiettivo della conferenza era quello di concludere, per la prima volta in oltre 20 anni di mediazione da parte delle Nazioni Unite, un accordo vincolante e universale sulle emissioni di CO2e sul clima, accettato da tutte le nazioni.

La conferenza ha negoziato con il consenso dei rappresentanti di 196 Paesi partecipanti. L’accordo non è a tuttora giuridicamente vincolante e, se ratificato dai parlamenti, sarà firmato a New York tra il 22 aprile 2016 e il 21 aprile 2017 (dovrebbe essere adottato all’interno dei sistemi giuridici, attraverso la ratifica, accettazione, approvazione o adesione). Per ora, l’accordo, pur insufficiente, è sparito dai radar…

Secondo il comitato organizzatore il risultato chiave è stato quello di fissare l’obiettivo di limitare l’incremento del riscaldamento globale a meno di 2 gradi Celsius (1,5°C) rispetto ai livelli pre-industriali. Inoltre, si prevede un’emissione antropica di gas serra pari a zero da raggiungere durante la seconda metà del XXI secolo. Secondo gli scienziati, l’obiettivo di 1,5° C richiederà l’inizio delle “emissioni zero” a partire da un periodo compreso tra il 2030 e il 2050.

Nell’accordo sono presenti condizionali e verbi ambigui, perché la pressione delle lobby fossili e delle multinazionali ha ridotto la portata degli obiettivi. Le stesse iniziative prese dai Governi ad inizio 2016 e le conclusioni del Club di Davos contraddicono l’urgenza della decarbonizzazione dell’economia.

Gli esperti, di conseguenza, non sembrano essere così ottimisti come i politici. Continua a non esserci la percezione della terra come un organismo formidabile, ma finito, che con il suo delicato equilibrio sostiene la vita e non ci si preoccupa di meccanismi integrati per proteggere gli interessi delle generazioni presenti e future e il loro diritto ad un ambiente sano in cui riprodursi. Non sono evidenti i nessi tra questione sociale e ambientale. Il problema aperto è quello di dar vita a movimenti popolari in grado di affrontare e battere i difensori dello status quo, soprattutto dopo un’uscita straordinaria come quella di papa Francesco. Il cambiamento climatico può essere lo shock che viene dal popolo, come un colpo da sotto per condividere il potere con molte mani, e radicalmente aumentare il bene comune e pubblico.

Il punto più importante dell’accordo è il finanziamento previsto per i Paesi in via di sviluppo di 100 miliardi di dollari l’anno per dotarsi dei mezzi tecnologici per ridurre il proprio impatto sull’ambiente. In altre parole questi finanziamenti, sborsati dai Paesi più ricchi, serviranno alle nazioni che stanno ancora sviluppando la loro economia per aprire centrali e produzioni energetiche rinnovabili che sostituiscano carbone e petrolio, oltre ad adottare  politiche di risparmio energetico e così via.

I firmatari si impegnano a bloccare la deforestazione, sviluppare i sistemi di accumulo del carbonio sottoterra e aumentare gli spazi verdi. Infine è stato stabilito il carbon budget: ogni nazione avrà la sua quantità di carbonio massima che potrà immettere nell’atmosfera e non dovrà sforarla.

Il finanziamento per 100 miliardi di dollari l’anno per i Paesi in via di sviluppo – ancora non è stato precisato se sarà un regalo o un prestito – comincerà dal 2021, dunque nei prossimi 6 anni queste nazioni potranno continuare ad inquinare come se nulla fosse

Al contempo le grandi nazioni non hanno preso impegni giuridicamente vincolanti nella riduzione delle proprie emissioni. Sia da carbone, che da petrolio, che da gas, compreso lo shale gas. Il tetto del carbon budget in realtà è un accordo “morale” perché ogni nazione stabilisce i propri parametri e il proprio impegno autonomamente e senza accordi vincolanti. (si è stabilito che la riduzione delle emissioni dev’essere tra il 40 e il 70% entro il 2050). Il picco delle emissioni dovrebbe essere raggiunto tra il 2020 e il 2030, il che significa che ancora per i prossimi 15 anni non verranno prese contromisure serie. Sulla base degli impegni presi a metà e in parte slittati, gli esperti che hanno analizzato il testo, compreso anche il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza, concordano nel dire che nella migliore delle ipotesi questo accordo della COP21 porterà ad un incremento delle temperature di almeno 3 gradi,

L’accordo sul clima di Parigi dopo 23 anni di tentativi falliti è certamente un fatto storico che non salva il mondo ma crea le condizioni per salvarlo. In ogni caso da oggi le rinnovabili sono più forti e la strada per vincere questa battaglia di civiltà è segnata. L’Italia dopo l’accordo di Parigi deve fermare le trivellazioni e rilanciare le energie rinnovabili per diventare un paese decarbonizzato. Siamo però lontano dalla svolta strutturale e culturale richiesta dalla Laudato Sì.